Cara Elena,

 

in quel buco di trattoria ho davvero mangiato bene: pasta incaciata e sasiccia rostuta. Tutto a un prezzo ridicolo.
Ti domanderai che cosa c’entra con l’incarico che mi avevi assegnato: raggiungere Francavilla (…attento a non confonderti con Villafranca…), cercare Settevoci, la casa di campagna dei tuoi nonni (…no, non è il programma di Pippo Baudo, cretino, è il posto che si chiama Settevoci…) e trovare qualcuno che la compri.

Sapevi benissimo quanto mi piaccia passare per uomo sperto di cose siciliane e che alla prima occasione mi sarei precipitato. Infatti ieri, appena atterrato all’aeroporto di Catania, ho affittato un’auto e dopo una quarantina di minuti ero già con le gambe sotto il tavolo.

Sai, mi sono detto: che faccio arrivo a Francavilla, fermo uno per la strada e gli chiedo dove si trova Settevoci? Già come se fossimo a Busto Arsizio!? No, molto meglio fermarsi a mangiare e poi, con discrezione, chiedere a quelli della trattoria.
Ti confesserò che quando il figlio della proprietaria mi ha guardato in quel modo e altrettanto ha poi fatto la madre e il cuoco, ho davvero pensato che tu mi avessi preso in giro: nessuno sapeva dell’esistenza di un posto chiamato Settevoci. Poi, vista la mia insistenza, mi hanno accompagnato da una vecchina lì a fianco che se lo ricordava perfettamente: me l’ha indicato e ci sono arrivato facilmente grazie alla chiesetta romanica.

“La casa Sgroj!? Il palazzo dice Vossia?” mi rispose il contadino incontrato sul bordo della stradina a cui avevo chiesto informazioni.

In un attimo mi sono sentito proiettato indietro di cent’anni. Non era solo il fascino di quel palazzo addormentato tra agrumeti e campi coltivati che pian piano si svelava al mio sguardo ma soprattutto quel poverino che, per accompagnarmi sino all’ingresso, si era messo a correre sul sentiero davanti alla mia auto per non costringermi a rallentare:gli avevo detto che ero un parente e lui mi trattava già come un barone.

Liberatomi del buon uomo, che ha voluto parteciparmi i suoi ricordi infantili… mih… quanti libbri che cc’erano dda intra …, sono rimasto a fantasticare, mentre lo sguardo saltava dalla rocca greca di Castiglione alla cima dell’Etna, completamente innevata.

Cara Elena lasciatelo dire: pensare di disfarsi di quelle stanze e quei saloni affrescati è una vera follia! E’ davvero difficile trovare un posto così! È isolato da tutto e da tutti ma sulle gole del fiume Alkantara, a venti minuti dagli impianti di risalita dell’Etna, unico luogo dove puoi sciare guardando il mare, e altrettanti ne impieghi per Taormina; l’elenco potrebbe continuare ma non voglio scriverti un depliant turistico.

Ti faccio una proposta: restauriamola, esattamente com’era, senza cambiare nulla, con le volte affrescate, il salone, le sale da pranzo e la biblioteca. Al piano di sopra realizziamo sei stanze con bagno per gli ospiti.

E poi? mi chiederai. E poi costituiamo un circolo.
No, per carità, non una roba esclusiva, tipo golf (anzi ce n’è già uno a due passi, Il Picciolo). Intendo un circolo dove possano ritrovarsi quelli che amano la Sicilia e che abbiano la capacità di sognare. Magari stabiliamo una quota di iscrizione contenuta e con cui si possa usufruire di un pernottamento con prima colazione e un trasferimento da e per l’aeroporto.

Mentre ritornavo a Catania pensavo a una tessera a punti, ad esempio, così quando uno li ha consumati e vuole tornare ne acquista un’altra.
No guarda, chiariamo subito, non ti sto proponendo un’attività alberghiera, ti sto parlando di un sogno, un circolo dove tutto quello che dai ti viene restituito in servizi, e se nel corso dell’anno non ci potrai andare otterrai l’equivalente in olio o in prodotti dell’orto e dell’agrumeto.

Lo facciamo? Che ne dici?

Paolo

 

P.S.
Ho scoperto che il terreno dove c’è il Palazzo fa già parte del comune di Castiglione.